Home

Don Isidoro
  • > Home
  • > Contattaci
  • Facebook
  • Don Isidoro
    • La vita di Don Isidoro
    • Testamento spirituale
    • Gli “Amici di Don Isidoro”
    • La comunità Marco Riva
  • Pubblicazioni
  • Testimonianze
    • Invia la tua testimonianza
  • News ed eventi
  • Rassegna stampa
  • Galleria fotografica
  • Home

Omelia di Monsignore Brambilla 13-02-2026

LE DUE FACCE DELLA PASSIONE E I DUE VOLTI DELLA CARITÀ

XXXV Anniversario della morte
di Don Isidoro Meschi
Santa Messa 13 febbraio 2026
Basilica San Giovanni Battista - Busto Arsizio.
 

Rinnovo il mio cordiale saluto a tutti voi che siete qui, ai sacerdoti che conosco da tanto tempo, in particolare al vostro Prevosto.
Una volta una signora mi chiese per quanto tempo dobbiamo pregare e ricordare i nostri defunti, le persone che ci sono care?
Pensavo a questa domanda, venendo qui, perché domani saranno 35 anni dal giorno in cui Don Isidoro ha perso la vita in modo così tragico. La risposta che ho sempre dato, balbettando, a questa domanda un po’ difficile, che riguarda il nostro passaggio attraverso la morte, cioè quanto il credente rimane in carico alla preghiera della Chiesa, è la seguente: il tempo del nostro affetto, della nostra memoria e della nostra speranza.
Vedendo tanta gente qui questa sera devo registrare che l'affetto e la memoria per Don Isidoro dura da 35 anni. Per questo è bello e giusto, anzi lodevole, che noi siamo qui a pregare per lui e con lui che sta certamente già nelle braccia del Padre. Come avete sentito da don Severino io ho conosciuto don Lolo nel 1969. Lui era in prima liceo, ma come vicerettore già prete, io invece ero in terza a fare il liceale. Mi colpì subito la sua discrezione, il suo sorriso che trapelava quasi dalla sua persona. E poi la simpatia per il fatto che faceva l'allenatore. Nel ’72 poi viene destinato qui da voi a Busto. Ho passato ieri e oggi a leggere alcuni capitoli di questo libro che ha un titolo provocante: “Don Isidoro Meschi, un prete felice”.
Devo dirvi che questo titolo mi ha un po’ lavorato dentro, perché invece in questi giorni si sentono le notizie di preti che, per essere felici, non si sa cosa vogliono fare? Mentre lui, dopo tre anni, chiede di andare in parrocchia perché sapeva che qui, pur essendo ventisettenne (pensate 27 anni!) avrebbe dato il meglio di sé.
Sapete quando uno diventa grande? Quando concentra il suo sogno dentro una scelta concreta, vive il tutto nel frammento, l'universale nel particolare. Tutti voi che avete fatto una scelta di vita, siete diventati grandi quando avete fatto questa scelta, concentrando tutte le potenze della mente, del cuore e della mano nella vostra scelta di vita: il matrimonio, la professione, il sacerdozio, il servizio, eccetera. Don Lolo qui nei primi anni sta con i giovani. E poi comincia a prendersi cura dei vulnerabili, perché aveva il dono dell'ascolto. Don Isidoro aveva il dono di perdere tempo con le persone, sapendo che non era tempo perso, aveva il dono di ascoltarle, di sentirle, di guardarle. Allora erano tempi di grandi passioni e di grandi sogni, siamo nel 1970, pochi anni prima era accaduto il ’68…
E allora vorrei dirvi questa sera un pensiero che risponde alla domanda: che cosa rende un prete felice, che cosa rende un papà o una mamma felice, che cosa rende un professionista felice? Come si fa a concentrare il proprio sogno dentro una scelta particolare, nella quale si esprime tutta la potenza della nostra dedizione, del nostro affetto, dei nostri pensieri e delle nostre azioni?
Potremmo riassumere questa risposta con una parola e tradurla poi in concreto. Noi viviamo mediante i due polmoni, anche se abbiamo un cuore solo. Il cuore ha il suo ritmo: sistole e diastole, ma anche i polmoni hanno un ritmo, bisogna inspirare ed espirare. Allora la parola con cui vorrei tradurre come si fa a essere felici nella vita, è ormai un’espressione che, non usiamo più, anzi talvolta viene usata in modo distorto sui social, quando molti si mettono in vetrina, continuano a raccontarsi e a mostrarsi, quasi a svuotare la loro intimità, senza pudore.
Ho letto un bel libro un po’ di anni fa, un piccolo libro scritto da una psicanalista francese Monique Selz, intitolato Il pudore. Un luogo di libertà (Einaudi 2005). Questa psicanalista dice che ha dovuto curare tanti adolescenti che svuotavano sé stessi mettendosi in vetrina perché volevano apparire, perdendo la loro profondità e la loro intimità (possiamo dire la loro anima), con conseguenti forme depressive difficili da immaginare. Invece bisogna mantenere un cuore profondo. Un cuore profondo si mantiene se si approccia la vita con passione, ecco la parola importante: la passione. Cos'è la passione?
Beh, è una parola che ha due facce come la moneta. La passione è prima una cosa che ti “fa patire”. Ed è anche la chiave di volta, il segreto del ministero di Don Meschi, qualcosa che ti fa patire, che ti colpisce, che ti prende dentro nell'anima, che ti mette sotto torchio. Don Isidoro è stato uno che ha patito soprattutto il mistero della carità di Dio, una figura esile, la sua, quasi riservata, ma che poi si slanciava in un’operosità senza risparmio, in un'attività prodigiosa per creatività e per realizzazioni.
Questo è la prima faccia della passione: se tu prete, vescovo, papà, mamma, giovane, professionista, se tu non “patisci” la presenza delle persone, non ne senti la voce, i desideri, le attese, le domande e i bisogni, prima o poi diventi impermeabile.
Don Isidoro ha letto con grande lucidità la situazione di Busto Arsizio, soprattutto anticipando i tempi per la chiarezza con cui ha avvertito il pericolo della tossicodipendenza, come sintomo di un malessere più grande, di una crisi di senso. Non l’ha trattata come una malattia, ma come un sintomo. Le signore che sono qui presenti sanno che, quando si accende la spia della lavatrice, non bisogna smontare la spia. Sennò non c'è più il rosso che mi segnala il guasto, bisogna invece cercare qual è il guasto.
È bello che Don Meschi, con le sue realizzazioni che sono raccontate in questa biografia, abbia cercato di curare non solo il sintomo, ma anche la causa. Lui ha risposto con la generosità del prete ambrosiano, arricchita anche dalla genialità e dall'intraprendenza dell’essere brianzolo (io vengo da lì, devo dire qualcosa un po’ a sostegno del mio… partito), che sa unire fede e opere, intuizioni e azione, sogno e progetto. Io credo che questa sia la sintesi di tutta la prodigiosa attività caritativa di Don Lolo, per la quale ha coinvolto un'intera città, e lo testimoniano i molti sono qui ancora dopo 35 anni.
La prima lettera enciclica di Benedetto XVI era intitolata Deus Caritas est: conteneva un'espressione che in bocca al teologo Ratzinger sembrava persino facile, troppo facile. Invece è la concentrazione potente di tutto il messaggio dell'enciclica. Dice così: «Il programma del cristiano – attenzione: non del prete, non del Vescovo, non del Papa, ma del cristiano – il programma del buon samaritano, il programma di Gesù, è un cuore che vede». Il cuore vede, perché sente.
Ho letto nella biografia che don Isidoro faceva giornate intere in confessionale, questo luogo consente di vedere e leggere la vita delle persone. Don Isidoro è stato uno che era capace di vedere perché sentiva. Anche noi dobbiamo farlo. Ognuno con le sue doti, con quello che porta nella sua cassetta degli attrezzi.
Ora giriamo la moneta sull'altra faccia della parola passione. L’altro lato della passione si riferisce a un verbo tutti noi conosciamo: appassionarsi. La passione in prima battuta –dicevamo – la sentiamo, ci fa patire, ci tocca dentro. I francesi hanno addirittura una bella espressione: qui nous affecte, che significa: “ci muove gli affetti, i sentimenti, i sogni”. E poi c'è la passione per cui ci si appassiona ed è l'aspetto attivo della passione che continua ad alimentarsi con il nostro sentire, ma si esprime nel sapersi appassionare e nel voler appassionare gli altri alla cosa che ti sta più a cuore. È interessante perché questi credenti appassionati sono capaci, quasi con mano leggera, di trascinare dietro a sé tanta gente.
Don Isidoro è stato un prete per passione, potremmo dire. Questo è il segreto dell'essere un prete, un papà, una mamma felice. E Dio sa quanto ce n’è bisogno di questi tempi. Don Isidoro ha trascinato dietro di sé molte persone, ha fatto partecipare altri alla sua intuizione, e ha coinvolto molti nella sua azione. Ed ora vi dico brevemente come si esprime questa passione, nel senso di appassionarsi per essere preti, papà, mamme, laici, professori, genitori, educatori per passione… Essere uomo e donne per passione si esprime attraverso due gesti semplici che declinano il significato della parola carità.
Per tutti noi la parola carità è detta semplicemente come la relazione di aiuto (l'elemosina e le sue forme pratiche). Per definizione l'aiuto è rispondere al bisogno. I medievali la chiamavano la carità-servizio, cioè ogni forma di relazione d'aiuto, di risposta al bisogno: il bisogno bussa alla tua porta e tu in qualche modo sei chiamato a rispondere. Pensate quanto ha fatto Don Isidoro in questa direzione. Anzi è morto per questo, proprio perché ha risposto al bisogno. Ho letto il capitolo finale del libro: egli non ha voluto che lo
seguissero gli altri due ragazzi presenti la sera della sua morte, perché aveva capito che chi l’ho colpito al cuore non era tanto “in quadro”, sentiva che quel ragazzo lo stava cercando con cattive intenzioni.
Però c'è un'altra dimensione della carità, che stranamente non ricordiamo mai, perché è diventato troppo facile la riduzione della carità alla Caritas. L'altra dimensione della carità, che i medievali chiamavano la carità-virtù, sarebbe di per sé la vita fraterna. In realtà è la relazione di prossimità, è fare in modo che chi accede al bisogno venga sì servito nel bisogno, per liberarlo alla fine dal bisogno e farne un fratello libero e responsabile. Per questo don Isidoro ha svolto anche una profonda opera educativa, di insegnamento. Per lui carità ed educazione erano i due polmoni della sua vita cristiana e della sua missione pastorale.
Potremmo dire in conclusione che le tre forme della carità sono: rispondere al bisogno, trattare il bisognoso come persona, liberare dal bisogno per renderlo fratello. Ciò che è propriamente cristiano, ciò che è la carità con la C maiuscola è liberare il povero, il migrante, lo svantaggiato, dal bisogno, trattarlo come un fratello che diventa responsabile del suo futuro, che diventa capace di rispondere e di risponderne.
Ultimamente mi è venuta in soccorso un’immagine che vi lascio come ricordo: la carità è come la levatrice. Come la levatrice ha raggiunto il suo scopo quando è diventata inutile, perché ha dato la vita, ha messo al mondo una vita che può andare avanti ormai da sola, in modo autonomo e indipendente, con le proprie forze ed energie, così anche la carità dei cristiani ha raggiunto il suo obiettivo quando è capace di liberare i fratelli, perché diventino a loro volta soggetti e responsabili del loro destino.
Allora ringraziamo tutti i credenti, ed in particolare Don Isidoro, che ci hanno insegnato più con i fatti, con i gesti, che con tanti discorsi, la bellezza della carità cristiana: non solo la carità che guarisce e soccorre, ma quella che si fa prossimo, per rendere i vicini prossimi, per accoglierli come fratelli che siedono alla stessa mensa della vita. Grazie don Lolo!


Monsignor + Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

 

Ordine: 
0

Ultime pubblicazioni

Omelia di Monsignore Brambilla 13-02-2026
Scopri di più >
Testo Omelia di don Emmanuele Silanos 14/12/2025
Scopri di più >
3° numero del Giornalino Amici di Don Isidoro
Scopri di più >
Don Isidoro Meschi, martire della carità
Scopri di più >
Lezioni biblico-teologiche
Scopri di più >

Don Isidoro Meschi

Nato a Merate, sacerdote nel decanato di Busto Arsizio, don Isidoro Meschi, dona la sua vocazione all’ascolto delle persone meno fortunate e afflitte dalla tossicodipendenza, fondando la Comunità “Marco Riva” proprio per accoglierli tutti. Scomparso tragicamente all’età di 46 anni oggi vive nel ricordo del suo operato, dei suoi luminosi insegnamenti e soprattutto nella sua testimonianza di vita donata a Dio e ai fratelli, fino al martirio.

Libro degli ospiti

Ti invitiamo, se lo vuoi, a condividere con gli altri utenti un ricordo personale, una preghiera, una testimonianza, una riflessione o qualunque commento l’incontro con don Isidoro susciti in te.

Lasciaci un ricordo qui >

News ed eventi

Mar, 10/02/2026 - Per ricordare Don Isidoro nel 35° anniversario
Scopri di più >
Mar, 10/02/2026 - Ricordo di Prima Rete Merate
Scopri di più >
Lun, 02/02/2026 - 7° numero del Giornalino Amici di Don Isidoro
Scopri di più >

Seguici

  • Facebook

Partner

Don Isidoro Meschi © Copyright - Associazione Amici di don Isidoro - P.IVA: 90035480129

  • Dove siamo
  • Contattaci
  • Privacy
  • Credits